Contributo all’incontro coi ricercatori organizzato dal prof. Roberto Grandi, candidato Rettore. Bologna, 30 marzo 2009, ore 16.30
Marco Borraccetti con Antonella Mascio
1) La questione della didattica
Uno dei temi su cui la comunità dei ricercatori risulta essere maggiormente sensibile, tra quelli che la riguardano, concerne il rapporto tra didattica e ricerca; una questione la cui rilevanza è aumentata considerevolmente ed in maniera proporzionale dalla riforma del sistema universitario, il cd. 3+2, alla luce della proliferazione dei corsi di laurea all’interno di ogni ateneo, seguito inevitabilmente dalla proliferazione degli insegnamenti.
Forse un tempo caratteristica propria più delle facoltà ad indirizzo tecnico-scientifico, detta questione ora si è estesa anche a quelle umanistiche e delle scienze sociali.
Infatti, sempre più il numero di ricercatori impiegato nell’insegnamento garantisce l’esistenza stessa dei corsi di laurea, giungendo persino a superare il numero di professori di prima e seconda fascia incardinati ed impiegati.
Questo però ha una ripercussione: l’aumento del carico didattico, col conseguente aumento di tempo dedicato alla preparazione delle lezioni, al ricevimento degli studenti, alla correzione delle tesi siano esse di laurea triennale o magistrale, influenza inevitabilmente il tempo che può essere dedicato alla ricerca.
Con questo non si vuole sostenere la necessità di dedicarsi esclusivamente alla ricerca, giacché la didattica è una parte importante della professione accademica, ma si vuole solo evidenziare il rischio della prevalenza assoluta del temo dedicato a questa con inevitabili ripercussioni condizionate dal diverso approccio al problema che hanno le singole facoltà all’interno di ogni Ateneo e, a loro volta, i singoli Atenei all’interno del territorio nazionale.
Le conseguenze di ciò si riflettono su: a) la ricerca ai fini della progressione di carriera; b) i finanziamenti alla ricerca conferiti da ogni singolo Ateneo sulla base delle pubblicazioni scientifiche.
2) La questione della ricerca
Prima, però, di affrontare i due punti evidenziati, alcune minime osservazioni sull’esercizio dell’attività di ricerca.
Il primo rilevante aspetto concernente la ricerca universitaria è strettamente collegato all’esercizio dell’attività didattica: infatti, maggiore è il tempo dedicato all’insegnamento – in ogni suo aspetto – minore è quello dedicato all’attività di ricerca. Questo stretto collegamento è tuttavia bi-direzionale: infatti, maggiore è il tempo dedicato alla ricerca, maggiore potrà essere la qualità dell’insegnamento impartito.
Se ne deduce che l’iperattività didattica incide necessariamente sulla ricerca che, a sua volta, incide sull’attività didattica. Appare evidente che quanto descritto non accomuna tutto il personale ricercatore, ma appare un problema diffuso, in crescita e particolarmente sentito.
La minore parte del tempo dedicato alla ricerca incide anche sulla possibilità di recarsi all’estero per periodi temporanei di tempo che dovrebbero essere ancor di più incentivati ed incoraggiati, anche se – a dire il vero – l’Ateneo bolognese risulta già essere molto sensibile su tale punto rispetto ad altre realtà regionali e nazionali. Per questo, appare opportuno – partendo da questo dato – migliorare e sensibilizzare, fino ad incoraggiare, la mobilità temporanea dei ricercatori, almeno sul piano intraeuropeo.
Un terzo aspetto della ricerca, che però non concerne solo i ricercatori, riguarda il rapporto con la struttura burocratico amministrativa che, se in alcuni casi assolve pienamente al compito di ausilio al personale docente, in certi altri sembra piuttosto fungere da freno od ostacolo allo stesso.
Inoltre, credo sia necessario cominciare ad avere un nuovo concetto cui condurre l’attività di ricerca: sempre più collegato all’esercizio dell’attività didattica, da un lato; non più collegato strettamente al Dipartimento, che non appare più l’unico luogo fisico in cui questa avviene. Almeno per le facoltà umanistiche, infatti, l’ausilio dato – a titolo meramente esemplificativo - dalle nuove tecnologie ha comportato la possibilità di uscire dal luogo fisico del dipartimento per svolgere attività di ricerca.
Con riferimento particolare, poi, alla specifica realtà bolognese, questo aspetto risulta particolarmente sentito nei poli scientifico-universitari distaccati e, per questo, appare oramai necessario, e non solamente opportuno, cercare di capire cosa si voglia fare di essi e con essi per il futuro: luoghi di didattica, magari eccellenti, ma solo e soltanto dedicati alla didattica; o centri dove svolgere anche attività di ricerca magari specializzata e quasi esclusiva (al fine di evitare sovrapposizioni), cui garantire l’adeguato supporto non solo finanziario.
3) Connessioni con la progressione di carriera
Come si osservava in precedenza, l’aumento continuo e progressivo del carico di lavoro relativo all’attività didattica, nel suo complesso considerata, potrebbe avere delle conseguenze anche sulla progressione di carriera e sui finanziamenti (non solo d’Ateneo) alla ricerca.
Anche in questo caso, appare doveroso premettere che queste considerazioni derivano direttamente dalla propria esperienza personale che, però, non sembra essere così eccezionale.
Come noto, l’accesso ai livelli successivi della carriera universitaria avviene per concorso; in questi si valuta prevalentemente l’attività scientifica posta in essere dal candidato, posto che l’attività didattica non rileva salvo come “allenamento” all’espletamento della lezione che deve compiere chi per la prima volta partecipa ad un concorso per professore, associato od ordinario che sia. A conferma di ciò, si osserva che il CUN, nell’individuazione di parametri per la progressione nella carriera universitaria ha compiuto espresso riferimento ad opere monografiche, saggi, e pubblicazioni in genere e che l’attività didattica è solo da tenere in considerazione..
Manca in pieno un criterio di riequilibrio che ricomprenda l’attività didattica: in questo momento, infatti, sono valutati nella medesima maniera situazioni completamente differenti, che non dipendono solo e soltanto dalla volontà dei candidati. Si pensi, ad esempio, alla pari valutazione di due candidati che svolgono, rispettivamente, 90 e 20 ore di didattica annuali; è evidente che il secondo avrà indubbiamente maggiori possibilità di svolgere attività di ricerca idonee a concludersi con la pubblicazione dei lavori compiuti.
Appare evidente che non può essere nella disponibilità del Rettore incidere su di una questione disciplinata a livello nazionale, ma alcuni accorgimenti potrebbero essere assunti perché propri della politica di Ateneo: ad esempio, invitando le Facoltà alla pianificazione nel rispetto di un massimo di ore relative all’attività didattica.
4) Connessioni col finanziamento della ricerca
Strettamente connesso alla questione evidenziata fino ad ora, appare il riflesso dell’eccessivo carico di lavoro imposto ai ricercatori in chiave didattica con riferimento all’accesso ai fondi di ricerca. In questo caso è opportuna una distinzione tra fondi nazionali e comunitari e fondi d’ateneo.
Sui primi, appare evidente che uno degli strumenti di valutazione consiste nell’esame della produzione scientifica: di nuovo, risulta danneggiato il soggetto cui sono assegnati più insegnamenti. E’ importante sottolineare la rilevanza del problema, perché – oltre che per ragioni di equità e giustizia - è nell’interesse dell’Ateneo vedere i propri ricercatori progredire in carriera in tempi ragionevoli, pena il rischio di migrazioni verso altre destinazioni universitarie.
Sull’accesso ai fondi di Ateneo, invece, l’impostazione della politica rettorale ha senz’altro una maggiore rilevanza. Potrebbe essere questo mio pensiero viziato in partenza, alla luce delle fosche previsioni che prevedono un taglio dei fondi RFO, fino ad un possibile azzeramento nei prossimi anni. Credo, però, qualora ciò non avvenisse, che l’Ateneo dovrebbe essere pronto a gestire i fondi in maniera differente.
In poche righe, alla luce di tutte le considerazioni compiute in precedenza, appare opportuno considerare dei meccanismi di valutazione che non siano basati esclusivamente sulla ricerca scientifica, e non siano tali da comportare automaticamente l’assegnazione delle risorse finanziarie, ma temperati in forza dell’attività didattica compiuta da ognuno di noi. Di questo, poi, l’Università di Bologna potrebbe porsi portavoce anche a livello nazionale; ma questo è un altro discorso.
5) In conclusione
In conclusione, riassumendo i punti sviluppati in questo breve intervento, credo che si dovrebbe concentrare la nostra attenzione su:
- importanza della ricerca anche ai fini della didattica;
- introduzione do un sistema di valutazione di Ateneo che tenga conto del carico didattico dei ricercatori sì che, ai fini dell’assegnazione delle risorse interne per la ricerca, si possa trovare un giusto equilibrio affinché chi è soggetto a notevoli carichi didattici non risulti alla fine danneggiato.
- In alternativa al punto 2), pure rendendosi conto della sua natura estrema, si dovrebbe pensare all’introduzione di un limite massimo – non superabile nemmeno su disponibilità dell’interessato - di ore di insegnamento per ricercatore (con riferimento ai corsi di laurea triennale e magistrale), da considerare anche nella pianificazione dei corsi di laurea.
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