Il Programma Rettorale 2009-2013: Priorità Programmatiche
1. Sviluppo del decentramento urbanistico dell’Università all’interno di una logica di sviluppo urbano multipolare nella città di Bologna e di logiche di sviluppo integrato città-Università negli altri centri.
2. Prevedere una adeguata presenza delle istituzioni e organizzazioni del territorio nella governance del nostro Ateneo.
3. Ruolo da protagonista dell’Alma Mater nei progetti di costruzione di reti, intese quali strumenti di trasferimento tecnologico, promossi dalla Regione Emilia Romagna per favorire lo sviluppo della società della conoscenza.
4. Partecipazione alla definizione delle modalità attraverso le quali costruire le migliori condizioni che permettano ai territori dove sono presenti le nostre sedi universitarie di utilizzare le competenze dei nostri laureati più preparati in funzione di progetti caratterizzati da creatività, innovazione, imprenditoria giovanile.
5. Stipula di una convenzione con
6. Costituzione dell'Osservatorio Universitario Regionale quale strumento di aiuto per le decisioni da prendere sullo sviluppo del sistema universitario in Regione.
I rapporti tra l’Alma Mater e il territorio che ospita le diverse sedi di un Ateneo policentrico come il nostro possono essere considerati, schematicamente, da due punti di vista.
Uno, più antico, costituito dal rapporto tra gli studenti e la città che li ospita; un altro, più recente, dal rapporto tra la ricerca che si sviluppa nell’Alma Mater e il contesto produttivo regionale, soprattutto a livello di trasferimento tecnologico.
I rapporti tra gli studenti dello Studio bolognese ed il Comune hanno oscillato, fin dall’XI secolo, tra momenti di concordia e, più spesso, di conflittualità.
Non a caso nel XIII secolo gli studenti hanno dato luogo a varie secessioni contro il divieto comunale alle migrationes; la più significativa ha portato, nel 1222, alla costituzione dell’Università di Padova.
La necessità di contrattare con il potere locale i modi della presenza in città ha indotto gli studenti italiani e stranieri a organizzarsi in Citramontani e Ultramontani e a creare le universitates, associazioni studentesche che rivendicavano l’autonomia dell’Università contro i tentativi di strumentalizzazione delle autorità politiche.
Non dimentichiamo che fino al XVI secolo l’Università di Bologna era governata dagli studenti, che si facevano carico di pagare i docenti. Non a caso gli stessi rettori erano studenti. Le dispute con le autorità locali riguardavano non solo tematiche “alte”, come l’autonomia universitaria, ma anche tematiche più “basse”, come la difficile convivenza quotidiana tra chi veniva a studiare alla nostra Università da tutte le parti del mondo - portando con sé i propri costumi, le proprie abitudini e le proprie pretese - e i residenti bolognesi che sentivano minacciata la propria tranquilla quotidianità.
Più alta era la fama dell’Ateneo, più numerosi erano gli studenti, maggiori erano sia le entrate che portavano alla città sia le percezioni di disagio, confusione e degrado.
Già da molti secoli i rapporti tra la città di Bologna e la sua Università sono ambivalenti.
La città di Bologna è, infatti, intrinsecamente una città universitaria, nel senso forte di questo termine: l’identità della città è determinata dalla co-presenza dell’anima universalistica accademica e di quella locale, civile e ecclesiastica. Due anime che convivono negli stessi spazi, nelle stesse strade, negli stessi palazzi. Spesso sono descritte come due vere e proprie città che talvolta sembrano ignorarsi, talaltra confrontarsi, anche se non sempre ci si accorge che sono parti costituenti e necessarie di quell’unica città che è Bologna.
Il rapporto tra Bologna e il suo Studio si è modificato nel tempo; vi sono stati tempi bui per l’Alma Mater e tempi bui per Bologna: spesso hanno coinciso.
Rilevare la permanenza nei secoli della problematicità dei rapporti tra la città dei residenti e l’Università degli studenti non può essere addotta come una scusa per non analizzarne la specificità attuale, ma deve costituire, in ogni caso, un giusto richiamo a chi in ogni momento si meraviglia dell’irrompere di fenomeni che sono nuovi solo per chi ignora la storia.
Abbiamo visto che sin dal Medioevo la presenza degli studenti forniva un apporto significativo di ricchezza economica al nostro territorio.
Oggi dobbiamo ricordare che l’Alma Mater è una delle prime “imprese” della nostra regione in riferimento: - al budget; - al valore aggiunto indotto (che nei calcoli del collega Orsi si aggira, per l’intera regione, sui 300.000.000 euro) creato dai giovani provenienti dall’estero (ben 7.000) e da altre regioni del nostro paese (ben il 50% dei 90mila iscritti); - alla propria missione, che ha a che fare con l’accrescimento del capitale umano e delle competenze e conoscenze.
Non si tratta, infatti, soltanto di una valorizzazione (pur strategica) economica, ma anche di una valorizzazione culturale e sociale.
Una grande Università come l’Alma Mater mette in circolazione saperi e competenze, è in rete con i maggiori centri di ricerca del mondo, crea in città momenti di confronto e di dibattito sugli argomenti più vari, prepara al raggiungimento dei diversi diplomi da quelli triennali fino al dottorato e al post dottorato.
In ogni caso, la città è inevitabilmente uno snodo di questa circolazione di competenze e saperi che ne fa, anche, una capitale del consumo culturale, meno della produzione culturale.
Ciò che viene solitamente imputato alla presenza di una Università di massa come l’Alma Mater è il degrado della città, dovuto ad un addensarsi di studenti nel centro storico sia nelle ore diurne che in quelle notturne.
D’altra parte, sempre più spesso, gli studenti si domandano che corrispettivo in termini di servizi e strutture ricettive, culturali e ricreative viene offerto da una città alla quale ciascuno studente fuori sede “lascia” 1000 euro al mese per il proprio mantenimento.
Le risposte che si sono iniziate a dare devono superare la schematicità di questa contrapposizione e muoversi su più livelli, innalzandosi da quella logica emergenziale che ha prodotto in questi anni tanti piccoli interventi che non hanno contribuito a risolvere il problema.
Al primo livello di intervento si pone l’iniziativa per diminuire la congestione studentesca della cittadella universitaria bolognese attraverso la scelta del policentrismo multicampus (che già oggi vede 20mila studenti iscritti alle sedi dei poli romagnoli) e del decentramento di alcune sedi universitarie (ad Ozzano la Facoltà di Veterinaria e al Caab quella di Agraria). Sempre rimanendo su questo piano, significative sono le nuove scelte concordate tra Università e Amministrazione comunale (le Facoltà di Chimica, Astronomia, Farmacia e Biotecnologie nell’area Navile e la nuova Facoltà di Ingegneria al Lazzaretto) che daranno luogo non solo a una diminuzione della pressione degli edifici universitari nel centro storico, ma anche a una integrazione metropolitana dell’Università nel nuovo contesto sociale e culturale di Bologna.
Un secondo ambito riguarda la possibilità di porre in atto meccanismi di utilizzo sociale delle competenze che i migliori laureati acquisiscono nel loro percorso universitario attivando processi di osmosi virtuosa tra Università e territorio che evitino, per quanto possibile, lo spreco di intelligenze, competenze e sensibilità giovanili. Pur se formiamo studenti con competenze che li pongono in grado di trovare sbocchi professionali almeno a livello europeo, il territorio, in tutte le sue componenti, dovrebbe immaginare e porre in atto misure volte a trattenere i laureati migliori in funzione delle proprie esigenze. Nella ricerca sulle condizioni sociali degli studenti è emersa, da un lato, la propensione di una buona parte dei laureati a rimanere nel territorio emiliano romagnolo, dall’altro, la consapevolezza della presenza di grandi difficoltà quali il costo della vita, la difficoltà di trovare appartamenti a prezzi accessibili e così via.
Un terzo ambito di intervento riguarda i meccanismi decisionali dello sviluppo dei territori dove è collocato il nostro Ateneo policentrico. Ogni territorio deve infatti definire i propri tratti identitari caratteristici, intesi quali elementi moltiplicatori del senso di appartenenza e di condivisione dei residenti (permanenti e temporanei) e di differenziazione da altre realtà internazionali con le quali è in competizione. Ogni progettazione strategica deve non solo coinvolgere tutti i soggetti interessati (giovani e studenti compresi) ma anche individuare i punti di vista trainanti che devono orientare le scelte urbanistiche, infrastrutturali, economiche, sociali e così via. L’Alma Mater si propone quale soggetto che per le proprie caratteristiche è titolato ad essere protagonista in questo processo decisionale.
Il secondo punto da cui osservare la relazione tra l’Università di Bologna e il territorio regionale fa riferimento, lo abbiamo già anticipato, al rapporto tra la ricerca che si sviluppa nell’Alma Mater e il contesto produttivo regionale, soprattutto al livello del trasferimento tecnologico.
La società della conoscenza auspicata a Lisbona è un obiettivo che l’Europa non riuscirà a raggiungere nei tempi che si era assegnati e meno che meno il nostro Paese, soprattutto per le scelte miopi fatte sulle politiche di ricerca e di formazione.
La Regione Emilia Romagna è anch’essa lontana dal 3% del Pil auspicato a Lisbona, ma in questi ultimi anni le imprese del territorio hanno incrementato gli investimenti in R&S e raggiunto risultati significativi nell’export, in particolare nell’export di prodotti ad alto contenuto tecnologico. Nel confronto tra le percentuali di occupati nelle aziende manifatturiere high tech sul totale degli occupati, la Regione Baden-Wuttemberg raggiunge il 18%, Bayern il 13%, Piemonte il 12% e Lombardia ed Emilia Romagna sono appaiate all’11%. Negli ultimi anni è cresciuto anche il numero di brevetti con un raddoppio dei giovani ricercatori impegnati. Questi dati positivi sono figli dell’appartenenza a distretti che si connotano come “comunità tecnologiche” in specifici comparti industriali e della crescita di filiere con fornitori di piccole dimensioni ma di alta capacità progettuale.
Per competere e fare dell’Emilia Romagna una Regione della Conoscenza è però necessario andare oltre, costruendo progetti condivisi, strutturati a rete e coordinati dalla Regione con la partecipazione attiva delle Università, centri di ricerca, imprese.
La Regione Emilia Romagna si è impegnata con generosità e lungimiranza nella costruzione della Rete di Alta Tecnologia, che è attualmente costituita da 57 realtà (27 laboratori, 24 Centri, 6 Parchi) sorte principalmente grazie a finanziamenti regionali (dal PRRIITT all’Obiettivo 2, al Piano Telematico e così via).
Oggi si discute di un consolidamento della rete di Alta Tecnologia e dei suoi snodi e della creazione di strutture dedicate di trasferimento tecnologico, per migliorare il trasferimento verso le imprese. Il Progetto Tecnopoli, dopo la sua approvazione, è nell’agenda del nostro territorio e dell’Alma Mater.
Il Programma Rettorale 2009-2013: Iniziative e Strumenti
Per raggiungere obiettivi così ambiziosi, ma necessari per una Regione e per un Ateneo che portano avanti la loro sfida a livello europeo, si devono porre in campo strumenti e iniziative che coinvolgano una pluralità di soggetti regionali.
1 Si è dibattuto spesso, in questi ultimi anni, sugli indirizzi di sviluppo della nostra Regione e dei Comuni in cui siamo insediati. Si è fatto riferimento, con toni diversi, al ruolo di capitale della città di Bologna, alle necessità infrastrutturali ineluttabili, alle caratteristiche peculiari del nostro tessuto imprenditoriale, culturale, economico, sociale, politico enfatizzando la necessità di giungere a decisioni condivise per dare luogo a scelte tra loro integrate che premino la logica regionale rispetto a quella dei singoli campanili. L’Alma Mater, proprio perché è presente sia nel capoluogo sia nei comuni di una parte significativa della regione, sollecita tutti i più significativi soggetti istituzionali dell’Emilia Romagna a concordare un processo decisionale, di cui si fa co-promotrice, da cui scaturiscano indicazioni che rafforzino il ruolo della Regione Emilia Romagna come regione europea. Le grandi regioni europee sono tali, in primo luogo, perché sono state in grado, anche in situazioni difficili, di definire i tratti caratterizzanti della loro identità e su questi tratti fare convergere le iniziative di tutti i soggetti. Uno strumento significativo per definire la progettualità dei sistemi universitari della regione è rappresentato dall'Osservatorio Ossservatorio Universitario Regionale che dovrà essere costituito al più presto.
Sono certo che il nostro territorio ha raggiunto una consapevolezza matura rispetto a tale necessità e che le più significative istituzioni, con il coordinamento e la guida della Regione Emilia Romagna, saranno in grado di fornire quella cornice progettuale che aumenterà il senso di ogni nostra singola decisione.
2 Prevedere la presenza di rappresentanti di quegli stakeholder che forniscono un contributo significativo all’Alma Mater nel Consiglio di Amministrazione ma, più ancora, in un “Comitato dei Partner” in cui le istituzioni del territorio (dalle autonomie locali e alle fondazioni) discutono del ruolo strategico dell’Alma Mater in funzione dello sviluppo delle diverse parti della regione in cui siamo insediati.
2bis All’interno del Dipartimento Clinico Veterinario, la cui missione è la salute ed il benessere degli animali, è collocato l’Ospedale Didattico Veterinario, una struttura dedicata all'attività didattica clinica che assicura l'assistenza continua degli animali ricoverati per 365 giorni all’anno. Al di là dell’attività formativa e di tirocinio curriculare si svolge una vera e propria attività clinica suddivisa in: Servizio di Accettazione Sanitaria e Ricovero di Piccoli Animali e Grandi animali. Presso l’Ospedale Didattico Veterinario è possibile rivolgersi per una visita specialistica ed è presente un servizio di assistenza 24/24h agli animali d’affezione e da reddito ricoverati. Le risorse umane coinvolte nel funzionamento dell’Ospedale Didattico Veterinario comprendono il personale Docente e Ricercatore ed il personale Laureato Qualificato, rappresentato da Dottorandi di Ricerca, Borsisti e Laureati Frequentatori del Dipartimento Clinico Veterinario, che compiono all’interno della struttura un percorso formativo a diversi livelli di qualifica volto a promuoverne la formazione professionale. Considerata la funzione che l’Ospedale Clinico Veterinario svolge per le esigenze del territorio è necessario definire una convenzione con la Regione in cui si definisca il contributo da erogare all’Ospedale in cambio dell’attività clinica che svolge.
3 Distinguere tra iniziative che fanno riferimento alla sicurezza e all’ordine pubblico in alcune zone dove vi sono insediamenti universitari, o una forte presenza di studenti, e iniziative che si muovono con un respiro maggiore in quanto offrono risposte ai problemi nei termini di scelte urbanistiche, culturali, commerciali e così via. Per quanto riguarda le prime il ruolo dell’Alma Mater non è di traino, per quanto riguarda le seconde l’Alma Mater deve svolgere un ruolo da protagonista ricordando che le soluzioni più efficaci sono quelle che hanno un orizzonte che va oltre i tempi ristretti dell’emergenza.
4 Proseguire, con convinzione, la politica di decentramento che stiamo portando avanti a Bologna dove la “cittadella universitaria” sarà popolata dalle sedi umanistiche in senso ampio con lo spostamento delle Facoltà di Chimica, Astronomia, Farmacia e Biotecnologie nell’area Navile e il completamento della nuova Facoltà di Ingegneria al Lazzaretto. La scelta non è stata quella di chi suggerisce di spostare tutti gli insediamenti dal centro storico a un fantomatico campus collocato in un territorio indefinito ma cogliere, con l’amministrazione comunale, questa occasione per un insediamento di Facoltà universitarie quali importanti occasioni per creare a Bologna nuove polarità cittadine: spazi urbani con abitazioni (anche per studenti), negozi, verde e servizi che possano rappresentare nuovi poli di attrazione per un numero elevato di studenti e di residenti. Il piano è funzionale al raggiungimento di questi obiettivi. Si tratta ora di realizzarlo nei tempi concordati e in tutte le sue parti per non lasciare le colleghe e i colleghi coinvolti per primi in strutture circondate da terre di nessuno. L’ipotesi è quindi verso uno sviluppo multipolare che decongestioni il centro storico, senza renderlo per questo un deserto, ma programmandone una vivibilità compatibile. La costruzione del Polo delle Arti alla ex Manifattura Tabacchi (Cineteca, Mambo, Laboratori DMS e Scienze della Comunicazione) è stato un significativo tassello di una multipolarità che coinvolge, in questo caso, gli interessi del pubblico più attento alle manifestazioni artistiche.
5 Un altro ambito di intervento fa riferimento all’intreccio tra nuove imprese orientate alla cultura e alle tecnologie avanzate e il sostegno all’imprenditoria giovanile. E’ vero che le competenze acquisite presso il nostro Ateneo devono essere tali da essere “spendibili” ovunque. E’ altrettanto vero che sarebbe un vantaggio per tutti noi se il nostro territorio fosse in grado di assorbire le competenze di una parte dei nostri laureati migliori connotandosi per un elevato tasso di creatività. E’ avvenuto spesso nel passato. Quanti di coloro che oggi a Bologna e in regione dirigono organizzazioni importanti o realizzano progetti significativi sono giunti nella nostra città attraverso l’iscrizione all’Alma Mater? Tanti. Oggi, in una situazione socio economica decisamente più complessa, pochi risultati si otterrebbero se ci affidassimo unicamente all’incontro spontaneo tra competenze e domande del territorio. E’ necessario pensare ad un coordinamento efficace tra le esigenze del territorio, in tutte le sue espressioni policentriche, e le competenze dei nostri giovani più preparati.
6 La Regione Emilia Romagna, nell’ambito delle proprie iniziative per sviluppare il trasferimento tecnologico, ha promosso i Tecnopoli coinvolgendo altre realtà: le quattro Università della regione, il CNR, l’ENEA, l’INFM e i laboratori di ricerca e sviluppo delle imprese che potranno insediarsi nelle strutture fisiche dei tecnopoli o connettersi a essi. I sei Tecnopoli, che saranno aperti nei principali centri produttivi e universitari della regione e che saranno finanziati in cinque anni con 120 milioni del Programma Operativo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e 150 milioni di altri programmi regionali, dovrebbero diventare, nel giro di pochi mesi, la nuova rete di alta tecnologia regionale. Come è facile comprendere si tratta di un progetto ambizioso che per funzionare deve porre assieme e integrare soggetti molto diversi che si muovono secondo logiche non sempre compatibili. Il ruolo dell’Alma Mater, giocato all’interno del coordinamento delle Università della regione, è centrale e deve passare da una fase di manifestazione di interesse ad una fase di presenza attiva per fare sì che questo progetto sia in grado di rappresentare un salto effettivo delle capacità di ricerca e di innovazione dei nostri laboratori e delle imprese della regione che vada ben oltre il limite dei cinque anni.
7 Le problematiche coinvolte dal progetto Tecnopoli e che devono essere discusse, in primo luogo, dalle colleghe e dai colleghi più direttamente interessati, all’interno di un gruppo di lavoro costituto per questo scopo, dovranno affrontare alcuni nodi problematici particolarmente significativi:
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la relazione tra i vari strumenti messi in atti dal nostro Ateneo di relazione con le imprese del territorio e Tecnopoli che è anche una occasione di incontro tra imprese del territorio e Università;
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il ruolo dell’Alma Mater nel sistema di gestione e negli organi di Tecnopoli;
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l’attività dei Centri di Ricerca Industriale;
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l’attività dei Laboratori di Ricerca Congiunta;
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l’attività dei Centri di Risorse per la Ricerca e per l’Industria;
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l’attività dell’Incubatore quale struttura di razionalizzazione e messa a sistema di iniziative, già attive, di incubazione e di supporto alla creazione di nuove imprese innovative (spin-off dell’Università di Bologna, Alma-Cube, I-Tech-Off , We-Tech-Off, Spinner 2013);
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Il ruolo di ASTER.
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Nuovo Programma 

saluto con piacere il confronto programmatico sul futuro dell'Università e sul ruolo importante che essa ricopre nel nostro territorio, un confronto che ti vede primo protagonista. Come canidato alle primarie del PD per la carica di Sindaco di Bologna e come Assessore all'Urbanistica credo di potere dare un contributo a questo dibattitto avanzando idee e proposte. Abbiamo bisogno di questo per unire la città in un nuovo patto per lo sviluppo.
A tale proposito, ti invio un primo breve intervento ospitato sulle pagine de La Repubblica di Bologna.
"Entro quest'anno consegneremo alla città il progetto unitario di valorizzazione di 18 ex caserme. E avremmo finalmente destinazioni urbanistiche civili che cambieranno il volto di Bologna. Voglio qui anticipare una notizia: l'area della ex Staveco sarà un'area ad usi pubblici, oltre a permettere un accesso nel verde alle colline di San Michele in Bosco.
Una delle prime proposte che ho fatto come candidato alle Primarie del Pd è appunto questa: destinare l'area dell'ex Staveco a sede universitaria, per fare il polo umanistico della nostra Alma Mater. Nella proposta specificavo che questo servirebbe anche ad alleggerire l'eccessiva pressione nella zona di piazza Verdi e a riqualificarla, lasciando maggiori spazi, ad esempio, alle Facoltà di Economia e Statistica. Fare spazio all'Universirà significa estendere a tutta la città l'attività di ricerca e di studio.
Il nuovo Piano urbanistico prevede di realizzare all'attuale Manifattura Tabacchi e al Parco Nord la manifattura dell'innovazione tecnologica e della ricerca insieme ad un distretto della creatività giovanile; le Facoltà scientifiche già si stanno decentrando al Bertalia Lazzaretto e nell'area del Cnr.
Se consideriamo anche il completamento della Manifattura delle Arti, dopo il trasferimento della Gam, si delinea una città dove la presenza dell'Università è riorsa fondamentale per due forti direzioni di marcia:
1) Misurarsi con la sfida del contemporaneo avviando una riconversione ecologica della città per costruzioni in grado di produrre energia pulita e una stagione di diffusi concorsi di architettura per affiancare al centro storico veri quartieri e non periferie.
2) Creare una piattaforma di economia della conoscenza per rilanciare e consolidare le relazioni con il mondo attraverso un rapporto efficace tra piccole e medie imprese orientate all'export e laboratori di ricerca degli enti di ricerca e dell'Università.
La storia di Bologna è l'esempio di una città dove convive coesione sociale e apertura al mondo. Questa è anche la migliore idea di città che possiamo proporci. Per questo obiettivo occorre un sistema di governo allargato, un patto strategico per Bologna, costruito tra Comune, Università e associazioni economiche, sindacali e culturali. Governare per unire la città significa condividere progetti e priorità. Le ex caserme potranno contribuire a questa prospettiva".
Virginio Merola
Visto che è il mio mestiere è proprio quello della docenza universitaria qualcuno potrebbe pensare che il mio interesse per il ruolo dell’Università in rapporto alla città di Bologna sia scontato, perché proviene in qualche modo dal cuore. Ma non è così, o almeno non è solo una questione affettiva: penso che un ruolo internazionale di primo piano Bologna lo possa conseguire solo partendo dal valore presente proprio nel suo storico Ateneo.
Per questo propongo due ambiti di riflessione: da una parte il rapporto tra le istituzioni, dall’altro il valore strategico del binomio sapere e scienza per la nostra città.
Sul primo punto, credo che le due istituzioni – il Comune di Bologna e l’Alma Mater Studiorum – debbano trovare delle formule permanenti di relazione e ascolto reciproco. Due esempi di come potrebbe accadere. In primo luogo mi sembra opportuno che una volta all’anno il Rettore dell’Università partecipi a un Consiglio Comunale perché la sua viva parola porti a conoscenza lo stato dell’Ateneo ai rappresentanti eletti dei bolognesi. Parimenti, il Sindaco di Bologna dovrebbe partecipare come ospite e relatore almeno in un’occasione formale nel corso dell’anno, come il Senato Accademico. Penso anche che nell’ottica di costruire percorsi inclusivi per le decisioni pubbliche nel campo della cultura e dell’urbanistica, per fare solo due esempi, la presenza di uditori formalmente incaricati dall’Ateneo nelle commissioni consiliari competenti sia auspicabile. Sono solo due esempi per dire che il dialogo tra le due istituzioni deve diventare una prassi costante.
Sul secondo punto mi limito a considerare che aziende rivoluzionarie e di successo come Google in fondo sono nate proprio a margine di grandi Università. Se ogni dieci anni la capacità di innovazione dei talenti dell’Alma Mater producesse una “Google” emiliana, solo questo renderebbe Bologna una capitale economica a culturale a livello mondiale. A costo di esagerare dico questo per dimostrare quanto valore per la nostra città stia nei saperi coltivati dall’Ateneo, in tutte le sue specializzazioni. Città e Università devono sedersi insieme a un tavolo e capire in che modo rendere il nostro territorio accogliente per i migliori talenti e soprattutto come trattenerli, in modo da innescare un ciclo virtuoso di innovazione di cui si può avvantaggiare tutto il tessuto economico.
Ti auguro buon lavoro e spero si avere altre occasioni di scambio
Flavio Delbono