I programmi elettorali, per definizione, sono proiettati verso il futuro (nel nostro caso il mandato rettorale 2009-2013) e tendono a distanziarsi dal presente che viene considerato come lo scenario che fa da sfondo ai progetti e alle promesse incidendo, come è ovvio, sulle loro possibilità di realizzarsi.
Un certo legame tra il futuro – che ci proponiamo di costruire e gestire – e il presente non può non esserci, ma le problematiche dell’oggi non devono frenare la definizione dell’architettura del disegno del domani.
In queste elezioni il rapporto tra il progetto e le problematiche del presente è più articolato e complesso di quanto fosse nelle occasioni precedenti. L’oggi delinea, infatti, un futuro del sistema universitario italiano che potrebbe essere molto diverso da quello fino ad ora conosciuto, o in ogni caso caratterizzato da modalità “altre” di finanziamento e funzionamento con conseguenze anche sulla nostra Alma Mater, non così facilmente preventivabili.
Ecco perché è necessario aprire il programma con pagine che si allontanano dalla retorica delle premesse di ogni programma elettorale e si confrontano, invece, con i problemi di politica universitaria che sono, finalmente, al centro dell'interesse nazionale.
Gli obiettivi del decreto-legge 25 giugno 2008 n. 112 (ora legge dello Stato) e del DPEF per il 2009 – che nel loro insieme compongono la Manovra di finanza pubblica del Governo - concordano sulla necessità del contenimento della spesa.
Le conseguenze per il sistema universitario e per l’Alma Mater devono essere analizzate con precisione.
a. Limitazione delle assunzioni di personale a tempo indeterminato attraverso un turn-over ridotto al 20% fino al 2012 e successivamente al 50%. Considerata la composizione del personale universitario questa misura non solo rende critica la didattica, aggravando le difficoltà di raggiungere, in alcuni Corsi di Studio, i requisiti minimi, e l’attività di ricerca, ma penalizza anche la possibilità di accesso ai ricercatori e alle ricercatrici più giovani, accentuando un fenomeno di frustrazione e di emigrazione di intelligenze purtroppo già ben avviato.
b. Riduzione progressiva, nell’arco del prossimo quinquennio, del Fondo di finanziamento ordinario delle università che subisce un taglio di 63 milioni nel 2009; 190 nel 2010; 316 nel 2011; 417 nel 2012; 455 nel 2013. Il peso dell’Ateneo di Bologna sul sistema universitario (a ipotesi di peso costante) è pari a 5,82%. Considerato che, a differenza di altre amministrazioni pubbliche, le spese aggiuntive e obbligatorie per fare fronte ai futuri aumenti automatici ricadono sui bilanci delle università, l’onerosità di queste decurtazioni per i singoli atenei sarebbe, nell’arco del quinquennio, ben più elevata.
Il “combinato disposto”
Quello che viene definito il “combinato disposto” dei tagli, da un lato, e degli aumenti automatici delle spese per gli stipendi del personale, dall’altro, inciderà pesantemente sulla percentuale di FFO assorbito dalle spese del personale, tanto che è facile profezia prevedere, ben prima della fine del quinquennio, una situazione in cui oltre il 100% dell’FFO sarà assorbito dalle spese per il personale, portando alla bancarotta l’intero sistema universitario che brucerebbe le proprie entrate unicamente per pagare gli stipendi.
Credo che valga la pena, per non peccare di genericità o essere accusati di catastrofismo, fare il punto sulla politica di spesa delle università italiane e, soprattutto, sul peso delle varie voci sull’FFO.
Il Fondo è stato istituito nel 1993 e nei primi anni dopo la sua istituzione si decise che si dovevano applicare dei meccanismi di riequilibrio in quanto l’allocazione su base storica favoriva ingiustamente – a parere del Ministero – certi atenei e ne penalizzava altri. L’Ateneo di Bologna era tra quelli penalizzati e dal riequilibrio avrebbe dovuto ottenere finanziamenti e giustizia. Come avviene spesso in Italia il processo di riequilibrio ebbe vita breve, in quanto gli interessi di chi dal disequilibrio otteneva vantaggi prevalsero. Il nuovo tentativo di un anno fa sulla base dei risultati della Commissione Muraro, Tesoro e Miur per una allocazione almeno parziale del Fondo su base premiante non ha dato risultati significativi.
Questo Fondo, attribuito ancora per intero e ingiustamente su base storica, ammonta a circa 7 miliardi di euro e serve per coprire le spese del personale in media per oltre l’88%. È a proposito di questo rapporto tra FFO e spese del personale che si sono letti, sui quotidiani, titoli che, nei casi più favorevoli, hanno parlato di “Università a rischio dissesto” e nei casi meno favorevoli, anche se con una certa ironia, di “Magnifici bilanci: metà degli atenei spende tutti i fondi in paghe”.
Di fronte a questa situazione è poco produttivo parlare di offensiva mediatica contro le Università e chiudersi a riccio nella difesa del sistema universitario, con il rischio di essere tacciati per corporativi che guardano soltanto al proprio interesse.
È più utile entrare nel merito della questione, ricordando che per legge il tetto massimo di spesa dell’FFO per stipendi è posto al 90%.
Il libro verde della Commissione Muraro aveva denunciato che già nel 2006 quattro università avevano superato il tetto del 90%; oggi se ne sono aggiunte altre due. Questo numero, relativamente contenuto, è ottenuto grazie alla applicazione normativa della non considerazione degli incrementi stipendiali annui e della riduzione di un terzo dei costi per il personale convenzionato con il sistema sanitario nazionale. Senza questi “sconti contabili” le università oltre la soglia del 90% sarebbero 26. L’Alma Mater è all’83,39% (86,06% senza l’applicazione dello sconto contabile).
Due alternative
In questa condizione critica, in cui vi sono atenei che hanno sfondato il tetto imposto dalla legge e atenei che, con grandi sacrifici, si sono mantenuti al di sotto, il Governo aveva due strade possibili da seguire.
A) Domandare agli Atenei – come ha fatto in un primo tempo timidamente intuire il Ministro Gelmini – di riqualificare i meccanismi della spesa, con incentivi a chi mantiene i bilanci in ordine e la proposta di meccanismi di rientro temporalmente definiti per chi ha superato i limiti. Non si domanda di seguire l’esempio dei governi francese e tedesco che hanno accompagnato la richiesta agli atenei di riqualificare la spesa e i meccanismi di governance con un aumento del budget alle università, ma almeno di mantenere il budget dello scorso anno. Sacrifici sì, ma distribuiti secondo le prestazioni dei singoli atenei e tali da riqualificare il sistema universitario.
B) Applicare le stesse norme restrittive e di tagli a tutti gli atenei, con il risultato che nel giro di pochi anni la quasi totalità delle università si troverà con bilanci che impediranno loro di adempire le proprie funzioni di formazione e ricerca. Come ha detto il rettore dell’Università di Padova Milanesi, ad un sistema che aveva bisogno del bisturi per riportarsi in salute, si è offerta la mannaia del boia.
Perché è prevalsa la seconda alternativa?
Dire che una manovra guidata dal Ministro dell’Economia non può essere un progetto di riforma ma unicamente un modo per fare cassa senza alcuna prospettiva di riqualificare la spesa è dire sicuramente una verità che deve però essere arricchita da altre considerazioni.
In primo luogo, l’immagine negativa che a tutti i livelli del Paese ha il nostro sistema universitario e che ha permesso di colpirlo, almeno fino al settembre scorso, senza che vi sia non dico una sollevazione civile, ma almeno un sentimento di indignazione. Tanto è vero che il luogo comune secondo il quale dare soldi all’università è come buttarli via, si era impadronito di una opinione pubblica che trovava normale finanziare gli autotrasportatori o riassestare l'Alitalia con gli investimenti per la ricerca e l'istruzione superiore.
Non solo non siamo stati in grado di comunicare che lo 0.9% del Pil destinato all’istruzione terziaria è lontano dall’1,3% della media europea, ma anche che gran parte della ricerca del nostro Paese è realizzata nelle università, che la percentuale di laureati è ancora bassa, che è solo attraverso una valorizzazione del capitale umano, della formazione, della innovazione, della ricerca che l’Italia può uscire dalla stagnazione alla quale è condannata.
Non è solo colpa nostra, ma abbiamo una grande responsabilità per molti dei nostri comportamenti ed anche perché gli editorialisti che fanno opinione, i politici e i ministri che sono meno favorevoli all’università sono spesso docenti o ex docenti.
In secondo luogo, la scelta governativa a favore di una politica che condanna gli atenei a bilanci insostenibili rispetto ad una proposta di riforma che, in primo luogo, riqualifichi la spesa viene utilizzata per fare credere che la sola soluzione per il sistema universitario italiano sia la trasformazione delle università in fondazioni private.
Molti commentatori hanno fatto notare che una decisione così rilevante per il modello istituzionale e di gestione del sistema universitario non può passare sbrigativamente attraverso un articolo di un decreto legge motivato da considerazioni di spesa. Il disimpegno dello Stato dalle sue responsabilità storiche nei confronti del sistema formativo e la ricerca di un modello diverso o alternativo a quello attuale è un tema importante, serio e all’ordine del giorno che non può essere risolto con l’approssimazione con cui è stato proposto e che necessita di un approfondimento attraverso un coinvolgimento ben ampio della società civile e politica del Paese. Non credo che ci si possa sottrarre a questo dibattito frapponendo tabù ideologici. La sola condizione che dobbiamo porre è che quando si arriverà ad una qualche decisione il sistema universitario non sia già collassato.
Autonomia e responsabilità: un patto Governo-Università con impegni reciproci
Nel luglio scorso - nel mezzo di una reazione poco incisiva portata avanti solo da poche università contro quello che era ancora un decreto-legge - le università emiliano romagnole hanno affermato:
“Nessuno nega che nel sistema universitario italiano vi siano spazi per ridurre gli sprechi. Le Università dell’Emilia-Romagna, in questi ultimi 10 anni, si sono posti sulla strada della responsabilizzazione e nel contempo hanno iniziato un’intensa attività a sostegno dell’innovazione e dello sviluppo territoriale, avviando processi che saranno lesi da questo quadro d’incertezza. Appare inoltre evidente che le Università dell’Emilia Romagna, che sono tra le più attrattive di tutto il Paese e che si sono segnalate per la qualità della loro offerta didattica e della ricerca scientifica, verranno profondamente segnate da tagli indiscriminati, che necessariamente porteranno a dover ridefinire il costo d’accesso alle università per gli studenti e per i servizi educativi.
La via che le Università emiliane hanno intrapreso da tempo è quella di considerare l’autonomia come via prioritaria, un’autonomia rivolta a garantire il miglioramento della qualità dei nostri servizi, aumentando ancora di più l’attrattività del sistema universitario regionale.
Per primi abbiamo richiesto valutazioni severe sia per il lavoro dei singoli docenti e gruppi di ricerca, sia per l’Università nel suo complesso da svolgersi a livello nazionale e internazionale. Abbiamo richiesto in ambito nazionale e già messo in atto nei nostri atenei forme di controllo e verifica dei nostri bilanci e siamo pronti a ulteriori passi nello spirito dell’autonomia prevista dai nostri statuti che permettano di valorizzare ancor più il nostro ruolo nella comunità locale e nella comunità scientifica internazionale.
Le Università dell’Emilia Romagna sono pronte ad ulteriori interventi di qualificazione della spesa, ma nell’ambito di un quadro nazionale che valorizzi e valuti la qualità della didattica, della ricerca, dell’amministrazione e dell’impatto sulle realtà locali”.
La reazione che è mancata la scorsa estate si è manifestata alla ripresa autunnale, quando il decreto legge era già stato convertito in legge. La "questione istruzione" è entrata nell'agenda delle questioni prioritarie del nostro Paese grazie soprattutto ad una mobilitazione degli studenti, delle famiglie e degli insegnanti.
Gli obiettivi che ci dobbiamo dare sono di breve e medio-lungo periodo.
L'obiettivo di breve periodo è una opposizione radicale ai provvedimenti della legge 133. In parallelo dobbiamo costruire un percorso propositivo che non si fermi ad una difesa corporativa del sistema universitario esistente, ma proponga il rilancio qualitativo in funzione di una riqualificazione dei meccanismi di spesa e a una ridefinizione di obiettivi in grado di valorizzare la mission di una università pubblica con standard europei.
Dalla crisi si esce guardando avanti, costruendo un futuro migliore:
1 Noi in quanto università ci assumiamo le nostre responsabilità e con l’occhio al 2010, che in questa situazione è l’anno della vera rottura degli equilibri, proponiamo al sistema politico e al Paese, in tutte le sue componenti, un patto forte con impegni ben definiti.
2 Il Governo elimina i tagli all’FFO e rivede drasticamente la riduzione del turn over assegnando i fondi tagliati nella manovra economica alle università con modalità che tengano conto di variabili qualitative (le sole che garantiscono anche gli studenti) e proponendo meccanismi di rientro a quegli atenei che hanno superato il tetto del 90% dell'FFO di spesa per gli stipendi.
3 Ciascun Ateneo, partendo dal presupposto che il sistema universitario è composto di situazioni diverse, si impegna in una sorta di patto di stabilità con il Governo. In cambio di un incremento annuo dell'FFO pari almeno al tasso di inflazione annua programmata, ciascun ateneo si impegna su tempi e criteri vincolanti: di controllo e riqualificazione della spesa; di incentivazione del merito e della qualità nel reclutamento dei docenti, nella formazione, ricerca, servizi, amministrazione; di revisione del quadro dell'offerta formativa e di modifica dei meccanismi di governance in un'ottica di maggiore efficienza e trasparenza.
4 Il sistema universitario chiede anche l’attuazione di un sistema nazionale di valutazione dell’università e della ricerca.
5 Il sistema universitario chiede, infine, la ripresa dei finanziamenti dell’edilizia universitaria oggi azzerati.
Solo a condizione di non rinchiudersi nella difesa d’ufficio di un sistema universitario che domanda alla società risorse senza assumersi impegni precisi, è possibile chiedere anche alle nostre colleghe e ai nostri colleghi docenti, del personale tecnico e amministrativo e agli studenti dell’Alma Mater di contribuire a questo sforzo, nella consapevolezza che l'università di domani sarà più vicina a quella che vogliamo.
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