Reclutamento e Progressione di Carriera di Docenti e Ricercatori
Il Documento Miur del 24 marzo 2009 è più innovativo rispetto al DDL 1387 (presentato dal Pdl al Senato il 18 febbraio 2009), soprattutto in relazione al numero delle abilitazioni scientifiche nazionali e alla distinzione tra reclutamento e progressione di carriera.
I singoli Atenei reclutano e promuovono docenti e ricercatori scegliendo tra studiosi in possesso della abilitazione scientifica nazionale per il ruolo pertinente. L’abilitazione, di durata quinquennale e a numero aperto, viene conseguita sulla base di un esame dei titoli scientifici del candidato. Le procedure di abilitazione sono affidate ad un comitato di settore, uno per settore scientifico-disciplinare. Viene operata una distinzione chiara tra reclutamento e promozione, entrambi affidati ai singoli Atenei, ma entrambi condizionati al conseguimento preliminare dell’abilitazione scientifica nazionale. Per essere promosso il docente deve conseguire l’abilitazione nazionale ed essere quindi valutato dalla propria Università anche in riferimento all’attività didattica e ad ogni altro ragionevole parametro che l’Università ritenga opportuno considerare. Per aumentare la mobilità è possibile: rivedere il sistema degli incentivi (prevedendone per esempio anche per il singolo docente, non solo per l’istituzione); prevedere che alle selezioni indette dalle singole sedi possano partecipare tutti coloro che siano in possesso dell’abilitazione per la fascia pertinente, anche se già di ruolo in altra sede, italiana o estera e introdurre il vincolo, per ciascun studioso, di operare per almeno un certo numero di anni, dopo il dottorato, in un’istituzione diversa da quella in cui ha conseguito il dottorato (Miur).
Il Miur, con cadenza biennale per le abilitazioni a professore di prima e seconda fascia e con cadenza annuale per le abilitazioni a ricercatore, istituisce rispettivamente e per ciascun settore scientifico-disciplinare una commissione nazionale che valuta le pubblicazioni prodotte dai candidati. L’abilitazione dei professori di prima e di seconda fascia presuppone anche un giudizio sulle capacità didattiche. A tale fine, coloro che abbiano conseguito un giudizio di idoneità scientifica sono ammessi a sostenere una lezione pubblica la cui valutazione positiva è condizione necessaria per la abilitazione. Nei concorsi di prima e seconda fascia il numero di soggetti che possono conseguire l’abilitazione per ciascun settore scientifico-disciplinare e per ciascuna fascia è pari al numero di procedure bandite dalle Università, incrementato di una quota sino a un massimo del 100 per cento. Per i concorsi di ricercatore, l’abilitazione non è vincolata al numero delle procedure bandite dalle Università. Per l’abilitazione a ricercatore, le pubblicazioni sono discusse pubblicamente con ciascun candidato. Possono partecipare alla procedura di valutazione per l’abilitazione a ricercatore soltanto coloro che abbiano un titolo di dottore di ricerca italiano o straniero, ovvero una specializzazione presso una scuola riconosciuta dalla normativa europea e che abbiano svolto attività di ricerca a contratto per almeno tre anni presso una Università italiana o straniera (DDL).
Il Programma Rettorale 2009-2013: Priorità Programmatiche
1. E’ necessario giungere con celerità alla definizione di una programmazione sostenibile dell’offerta didattica dei prossimi 5 anni tenendo conto: dei pensionamenti, di un monte ore per ricercatore non superiore a 60, delle caratteristiche dei corsi di studio (non duplicazione; attrattività; un chiaro progetto culturale, didattico e di ricerca; il placement e altre variabili), delle necessità di riequilibrio rispetto allo sviluppo storico, delle possibilità di turn over indotte dalla riduzione di bilancio e del rapporto tra ricercatori, associati, ordinari nell’utilizzo del budget del turn over, così come previsto nella Legge 1/09.
2. Ripensamento delle modalità di reclutamento di tutto il corpo docente alla luce dei provvedimenti governativi sul reclutamento e la progressione di carriera di docenti e ricercatori, e regolamentazione della figura del ricercatore a tempo determinato come sostitutiva delle attuali posizioni post dottorali, migliorando le garanzie e prevedendo forme di tenure track per il passaggio a tempo determinato.
3. Revisione di alcuni aspetti dello stato giuridico della docenza (rapporto diritti/doveri, l’entità dell’impegno annuale dei docenti a tempo pieno, il regime delle incompatibilità) e delle articolazioni della progressione della carriera che non dovrà essere determinata unicamente dall’avanzamento per anzianità, ma anche da variabili legate al merito.
4. Mantenere la formazione degli insegnanti all’interno dei percorsi didattici universitari nell’ambito delle lauree magistrali con tirocini abilitanti valorizzando, non negando, le esperienze positive delle SSIS.
5. Riequilibrio dei carichi didattici (da non considerare in maniera rigida) con strumenti di compensazione all’interno delle strutture accademiche di riferimento in relazione anche alla riorganizzazione della struttura interna degli Atenei che attribuisce a strutture organizzative di base la responsabilità della didattica e della ricerca.
6. Implementazione delle politiche di valutazione e di assicurazione esterna di qualità o accreditamento della didattica (partendo dalle pratiche di autovalutazione) tenendo conto della rilevanza delle “differenze” che a questo proposito sussistono all’interno di una università generalista come la nostra.
7. Sviluppare politiche di Ateneo di formazione continua e permanente che tengano conto delle esperienze fino ad oggi sviluppate.
8. Investire su politiche di e-learning, collegate anche alla formazione continua e permanente, che si avvicinino alle più efficaci iniziative europee.
La rapida evoluzione politica, economica, culturale e tecnologica della società contemporanea comporta sia una progressiva e rapida diversificazione dei sistemi nazionali di formazione superiore e dei corsi e titoli di studio all'interno di essi, sia una accresciuta esigenza di mobilità delle persone e di compatibilità dei sistemi.
Per avere un’idea diretta dello stato di avanzamento del dibattito e delle iniziative, nella sezione “Scenario” di questo sito si trovano le informazioni sulle problematiche internazionali, nazionali e locali dei processi formativi e indicazioni dei documenti più significativi.
In questo contesto di mutamento economico, sociale e culturale si colloca l'idea di creare uno Spazio Europeo dell'Istruzione Superiore attraverso un processo di convergenza che consenta al suo interno di mantenere le diversità, noto come Processo di Bologna e sottoscritto nella nostra Aula Magna il 19 giugno 1989.
Questo Processo si propone di realizzare lo Spazio Europeo dell'Istruzione superiore entro il 2010, anche se questa data segnerà probabilmente solo la prima fase di una evoluzione più estesa.
Il riflesso degli sviluppi internazionali nel contesto italiano è senza dubbio caratterizzato, in primo luogo, dall'evoluzione normativa che ha interessato l'ambito dell'Istruzione Superiore a partire dal 1999 in modo diretto, ma già in precedenza con l'avvio dell'Autonomia universitaria.
A tale evoluzione normativa, che ha impegnato il mondo accademico in modo intenso e sofferto, non ha corrisposto sempre una adeguata comunicazione del quadro di riferimento globale e della stretta interconnessione tra i diversi obiettivi che ci si propone di raggiungere nel contesto europeo.
Nonostante i tentativi di colmare questa lacuna che sono stati messi in atto con le direttive per l'applicazione dei nuovi ordinamenti, la comunicazione verso la società e verso il mondo della produzione e dei servizi sui cambiamenti in atto è tuttora una delle sfide strategiche a cui sono chiamati sia il sistema nazionale sia le singole istituzioni, tra cui l’Alma Mater. L’efficacia di questi cambiamenti è per larga parte determinata, appunto, dalla capacità che abbiamo di comunicarli all’esterno. Cosa non facile se consideriamo le difficoltà che troviamo ancora al nostro interno.
Il tema dei titoli di studio e della loro articolazione in cicli è centrale nel Processo di Bologna. Questa centralità fa riferimento, in primo luogo, ad alcune conseguenze importanti, anche se spesso ignorate, in quanto prevale un punto di vista autoreferenziale riferito alle problematiche universitarie in senso stretto.
Tra queste conseguenze:
- la possibilità di avere percorsi più flessibili e quindi facilitare l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita;
- la mobilità tra ambiti di istruzione.
Il tema dei cicli di studio e dei quadri dei titoli interessa anche:
- l'impostazione stessa degli studi e il cambiamento del paradigma educativo, spostando l'attenzione dalla durata e dai contenuti ai livelli e risultati di apprendimento;
- il tempo necessario per raggiungerli, misurato in crediti.
Si tratta di una vera e propria innovazione radicale che necessita, per essere applicata nella quotidianità della nostra attività, di essere conosciuta, discussa, condivisa, analizzata, criticata.
Per molti di noi si tratta di un cambiamento radicale di abitudini che abbiamo coltivato per anni con passione e competenza. Le resistenze che sentiamo sono giustificate, ma non devono costituire un motivo valido per non porci in una attitudine di comprensione sia del quadro globale in cui questi cambiamenti sono inseriti sia delle conseguenze specifiche che impongono.
La riforma dei cicli al di là delle sue conseguenze interne all’organizzazione didattica è strettamente correlata anche ad altri temi quali:
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l'occupabilità,
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la mobilità,
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il riconoscimento,
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la progettazione di corsi di studio tra istituzioni di diversi paesi,
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il dottorato di ricerca riconosciuto come terzo livello della formazione,
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il rapporto con la ricerca,
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l'assicurazione di qualità.
Un altro aspetto significativo fa riferimento all’apprendimento permanente, considerato oggi un elemento della formazione che collega strettamente la costruzione di uno spazio europeo dell'Istruzione Superiore con la cosiddetta strategia di Lisbona, ovvero con l'obiettivo di creare una economia e società basate sulla conoscenza.
Il tema riguarda quindi sia la competitività in ambito economico che un miglioramento delle pari opportunità, della qualità della vita e della coesione sociale e tiene conto dei cambiamenti demografici in Europa.
Nell'ambito della formazione universitaria i temi di dibattito concernono soprattutto la necessità di disporre di strumenti per il riconoscimento dell'apprendimento pregresso, compreso l'apprendimento non formale e informale, l'ampliamento dell'accesso agli studi universitari e una offerta formativa fruibile in modo flessibile, la necessità di prevedere all'interno dei quadri nazionali delle qualifiche le modalità di passaggio e riconoscimento dei titoli tra diversi tipi di formazione.
Il Programma Rettorale 2009-2013: Iniziative e Strumenti
Le proposte che seguono fanno riferimento a:
- i documenti internazionali e nazionali che abbiamo ricordato in precedenza;
- la normativa nazionale (DM 270/04 e i decreti successivi: DDMM 16 marzo 2007; 386/07 sulle linee guida; 544/07 sui requisiti necessari e qualificanti);
- i materiali elaborati all’interno dell’Alma Mater: Piano Strategico di Ateneo, Linee guida di Ateneo, Regolamento Didattico di Ateneo; Modello di Reporting; Documenti del seminario dell’Università di Bologna su “La qualità della didattica”;
- l’attività AFORM — Settore Quality Assurance e Rapporti con l’Osservatorio per la Didattica che mantiene il collegamento con le Facoltà e i diversi soggetti impegnati nella valutazione della didattica portando avanti due specifiche attività: - gestione di specifici progetti e gruppi di lavoro per l’introduzione di sistemi di Quality Assurance; - erogazione anche di servizi di consulenza, formazione e informazione; - partecipazione alla elaborazione di regolamenti di Ateneo che riguardano la didattica (Corsi di Studio, Master e Alta formazione).
1 L’Alma Mater dovrà farsi promotrice di iniziative del sistema universitario a livello nazionale per ottenere modifiche: delle modalità di reclutamento di tutto il corpo docente; della regolamentazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato; delle articolazioni della progressione della carriera.
Dando per scontata l’adozione della abilitazione scientifica nazionale (che non costituisce, di per sé, una garanzia assoluta di selezione sulla qualità) e in attesa che un provvedimento governativo chiarifichi le divergenze tra il documento del Miur (24 marzo 2009) e il DDL 1387 (presentato dal Pdl al Senato il 18 febbraio 2009), non possiamo non sottolineare l’importanza sempre maggiore che assume la programmazione d’Ateneo nella distinzione tra risorse per il reclutamento, da un lato, e per la progressione di carriera, dall’altro. Un compito importante affidato ai singoli Atenei è la definizione dei parametri che verranno introdotti per la valutazione della promozione nella singola sede dei docenti che abbiano già ottenuto l’abilitazione nazionale. E’ chiaro che nella definizione di tali parametri si gioca la corrispondenza tra le esigenze della sede e le caratteristiche di chi verrà chiamato. E’ necessario anche sottolineare che, in riferimento ai ricercatori, l’abilitazione nazionale verrà conseguita unicamente attraverso pubblicazioni, il che penalizza i ricercatori con carichi didattici troppo pesanti. Una motivazione in più per circoscrivere l’attività didattica diffusa dei ricercatori.
Considerata la composizione del corpo docente dell’Ateneo di Bologna che ha perseguito da alcuni anni una politica di allargamento della base della piramide della docenza è necessario, nell’ambito delle possibilità del turn over, prevedere quote consistenti del budget per le progressioni interne delle colleghe e dei colleghi di II fascia e delle colleghe e dei colleghi ricercatori la cui qualità di attività di ricerca e di didattica dovrà incrementare la valutazione della struttura. Una progressione di carriera che fa avanzare i colleghi e le colleghe con valutazioni scarse avrebbe ripercussioni negative sulle strutture che la proporrebbero.
2 È necessario continuare con maggiore convinzione un dibattito sulle motivazioni, i contenuti e le conseguenze dell’evoluzione normativa riferita alla formazione nelle Istituzioni di Istruzione Superiore. Si tratta di un processo inclusivo che non si deve fermare a livello centralizzato, coinvolgendo al massimo un paio di centinaia di colleghi, ma deve giungere al maggior numero di persone (studenti compresi) impegnate in prima persona in questo processo di cambiamento. Le modificazioni profonde della cultura di una istituzione non possono essere una conseguenza diretta di una imposizione legislativa o regolamentare ma devono passare per processi inclusivi che hanno tempi non brevi ma, in compenso, una grande capacità di sedimentare atteggiamenti e comportamenti nuovi.
3 È necessario che l’Alma Mater si faccia promotrice di una grande iniziativa a livello nazionale e regionale (insieme alla altre Università dell’Emilia Romagna) per coinvolgere le diverse istituzioni della società che operano nel mondo della produzione e dei servizi sui contenuti e le conseguenze della riforma dei processi formativi. Queste istituzioni devono essere informate e coinvolte in quanto sono co-partner di questo processo che, come ricordato, coinvolge anche problematiche che fanno riferimento alla occupabilità.
4 Qualificazione e razionalizzazione della nostra offerta formativa. Rispetto allo scorso anno siamo passati da 118 a 103 Lauree di primo livello e da 104 a 109 Lauree Magistrali esprimendo la scelta del nostro Ateneo che deve qualificarsi soprattutto per le proposte che fa a livello di Laurea Magistrale, che costituisce il nostro terreno competitivo per eccellenza a livello internazionale e nazionale. È sulle Lauree Magistrali che dobbiamo quindi puntare per attrarre un maggior numero di studenti, anche da fuori regione e stranieri. In ogni caso si devono prevedere momenti di verifica costante dell’adeguatezza delle lauree proposte a quelli che sono gli obiettivi che le hanno motivate e alla risposta da parte degli studenti. La proposta formativa di un Ateneo come il nostro deve essere elastica e dinamica.
5 La qualificazione e razionalizzazione della nostra offerta formativa presuppone, in primo luogo, una analisi in profondità delle situazioni di crisi, soprattutto di identità, di alcuni Corsi di Studio, magari prima che arrivino a soglie di rischio, per intervenire in maniera decisa e radicale fino alla ridefinizione di una proposta che incontri positivamente le domande della società e degli studenti e, nei casi estremi, alla soppressione del corso. Presuppone anche che la progettazione ed eventuale attivazione di nuovi corsi di studio a livello di Laurea Magistrale rispondano alle esigenze di figure professionali innovative o strategiche per l’Alma Mater e non offerte dalle altre Università della Regione, in un tentativo di iniziare una programmazione territoriale che non porti, come è avvenuto nel passato, a duplicazione di proposte a pochi chilometri di distanza.
La programmazione dell’offerta formativa è uno dei primi compiti che, se sarò eletto, porterò avanti. E’ necessario giungere con celerità alla definizione di una programmazione sostenibile dell’offerta didattica dei prossimi 5 anni tenendo conto: dei pensionamenti, di un carico di sessanta ore di didattica attribuito ai ricercatori, delle caratteristiche dei corsi di studio (non duplicazione; attrattività; un chiaro progetto culturale, didattico e di ricerca; il placement e altre variabili), delle necessità di riequilibrio rispetto allo sviluppo storico, delle possibilità di turn over indotte dalla riduzione di bilancio e del rapporto tra ricercatori, associati, ordinari nell’utilizzo del budget del turn over, così come previsto nella Legge 1/09. Perché l’offerta didattica sia sostenibile è, infatti, necessario che la programmazione tenga conto, contemporaneamente, di tutte queste variabili per non trovarci in situazioni in cui la copertura dei “corsi scoperti” porterebbe ad un incremento inaccettabile del monte ore, in primo luogo, dei ricercatori, ma anche di tutti gli altri docenti con conseguenze negative non soltanto sulla qualità dell’offerta didattica, ma anche sulla ricerca portata avanti. Come Rettore vigilerò perchè la programmazione sia effettivamente sostenibile anche attraverso la richiesta ai colleghi e alle colleghe che vanno in pensione di assumere, se lo riterranno opportuno e per un periodo di tempo concordato con la Facoltà, la titolarità, attraverso contratti, di quei corsi che altrimenti dovrebbero gravare ingiustamente sulle spalle delle colleghe e colleghi ricercatori e non solo. Mi pare un esempio concreto di solidarietà intergenerazionale che farebbe onore all’Alma Mater.
6 Maggiore considerazione (in termini di alleggerimento di altri compiti e di supporto amministrativo) del ruolo di Presidente di Corso di Studio. Si tratta di un ruolo sempre più centrale sia perché gestisce la struttura accademica più in contatto diretto con gli studenti, sia perché è sulle modifiche nella organizzazione e gestione dei corsi di studio che si incentreranno gli interventi nell’ambito della didattica del prossimo quadriennio.
7 All’interno dei Corsi di Studio si deve sviluppare oltre alla riduzione della frammentazione delle diverse attività formative e delle relative prove di verifica anche una riflessione sulla integrazione delle attività formative in funzione dei risultati di apprendimento con vantaggi sia per gli studenti, che hanno modo di attivarsi in processi di apprendimento più organici, sia per i docenti, che non disperdono il proprio tempo in attività poco efficaci.
8 Attivazione di una decisa politica di riequilibrio nella distribuzione dei carichi didattici, attraverso un preventivo processo di definizione dei criteri con compensazioni all’interno e tra le Facoltà.
9 Togliere rigidità al calcolo delle ore di lavoro ‘frontale’ dei docenti in modo da permettere anche forme di didattica diversificate funzionali allo sviluppo di abilità trasversali degli studenti (lavori a progetto, gruppi di lavoro, attività sul campo); riflettere sul carico di lavoro che comporta per i docenti la gestione di gruppi più o meno numerosi di studenti;
10 Razionalizzazione dell’utilizzo degli spazi per le attività di formazione attraverso una programmazione congiunta di didattica e logistica nella consapevolezza che oggi è un terreno in cui esistono margini di miglioramento.
11 La raccomandazione ministeriale di spostare la competizione dalla quantità alla qualità fa riferimento ad indicazioni europee che abbiamo già discusso nel paragrafo “L’Università che produce qualità per migliorarsi”, che contiene anche la distinzione tra qualità, assicurazione di qualità, valutazione, accreditamento.
12 La qualificazione dell’offerta formativa anche attraverso la valutazione e politiche di assicurazione di qualità esterna è già stata adottata dall’Alma Mater tanto che possiamo decidere una introduzione progressiva di un sistema per l’assicurazione della qualità della didattica che sia coerente con gli standard e le linee guida ENQA (European Network for Quality Assurance in Higher Education).
13 Nell’immediato procederemo alla applicazione delle procedure di autovalutazione e di pubblicazione di informazioni sui Corsi di Studio finalizzate al miglioramento e all’accreditamento dei Corsi di Studio stessi.
14 La valutazione della qualità della didattica è un processo complesso in cui si deve tenere conto, in primo luogo, delle differenze. Queste differenze sono tra istituzioni universitarie a livello internazionale e nazionale e, all’interno di ciascuna Università, tra i diversi Corsi di Studio.
15 La rilevanza delle differenze è determinata sia dal fatto che – come sostenuto nel documento Ocse o in test tipo PISA - la valutazione misura i livelli di competenza o attitudine acquisiti dagli studenti sia il processo attraverso il quale i singoli Atenei erogano la didattica agli studenti. La valutazione delle competenze rappresenta un aspetto, di cui è corretto non rilevare solo il valore finale, ma anche l’incremento durante tutto il percorso.
16 Le diverse situazioni iniziali devono essere tenute in conto in riferimento anche ad altre variabili valutative, quali i CFU acquisiti, la rapidità del percorso universitario e così via. Un esempio eclatante è emerso all’interno del seminario che abbiamo tenuto su “La qualità della didattica” il 16 giugno scorso. Il Preside della Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori, Rafael Lozano, ha ricordato che il processo di selezione per l’ingresso a questa Scuola ha come risultato un corpo studentesco con percentuali attorno al 90% di voti di diploma tra il 90 e il 100. Il collega Sandro Torroni, della Facoltà di Scienze MFN, ha mostrato la presenza di un corso presso la sua Facoltà con una percentuale di studenti con voto di diploma tra il 60 e il 69 pari al 48%. È chiaro che in relazione a questi due contesti così diversi, presi come esempio, l’approccio alla didattica (rapporto docente-studente inteso anche come rapporto insegnante-insegnamento, relativo anche alle modalità di insegnamento e ai tempi di apprendimento) dovrà essere profondamente diverso per raggiungere gli obiettivi formativi proposti. Una università pubblica, generalista e di massa come la nostra deve tendere a richiamare gli studenti migliori, ma deve soprattutto essere in grado di fare raggiungere competenze sufficienti in tempi definiti tendenzialmente a tutti gli studenti che si iscrivono all’Alma Mater. Non solo costruzione della nuova classe dirigente, ma anche accrescimento del capitale umano del nostro Paese che viene oggi incluso nelle risorse economiche insieme all'ambiente e al capitale fisico.
16 Queste problematiche devono essere approfondite e diventare patrimonio della comunità universitaria sia in relazione a obiettivi di efficienza (che mettono in discussione il rapporto fra gli obiettivi formativi e la compatibilità e la congruità delle risorse e delle forme organizzative adottate) di efficacia (relativi al grado di raggiungimento degli obiettivi prestabiliti) di trasparenza (relativi alla qualità dell’informazione erogata agli interessati).
17 Il tema dell’apprendimento permanente e continuo, lo abbiamo ricordato, è oggi particolarmente significativo nel dibattito europeo in quanto coinvolge sia la competitività in ambito economico sia un miglioramento delle pari opportunità, della qualità della vita e della coesione sociale rispondendo, nello stesso tempo, alle esigenze che emergono dai cambiamenti demografici in Europa. Nell'ambito della formazione universitaria i temi di dibattito concernono soprattutto la necessità di disporre di strumenti per il riconoscimento dell'apprendimento pregresso, compreso l'apprendimento non formale e informale, l'ampliamento dell'accesso agli studi universitari e una offerta formativa fruibile in modo flessibile, la necessità di prevedere all'interno dei quadri nazionali delle qualifiche le modalità di passaggio e riconoscimento dei titoli tra diversi tipi di formazione. A questo proposito l’Alma Mater dovrà, nel prossimo quadriennio, sollecitare le autorità nazionali a predisporre un quadro, anche normativo, in grado di facilitare lo sviluppo dell’apprendimento continuo e permanente.
18 A livello locale dobbiamo, in primo luogo, analizzare, anche attraverso un sistema apposito di valutazione, la nostra offerta a livello di Master e di Corsi di Alta Formazione, soprattutto in funzione della presenza e della rilevanza sociale delle esigenze che ne giustificano l’esistenza e del rispetto degli standard di qualità. In altre parole: proposte formative utili, per chi vi partecipa, e di qualità.
19 Per questa ragione dobbiamo non solo tenere conto di quanto i colleghi già propongono, ma analizzare le richieste di formazione continua e permanente che emergono dai vari settori della società. Una volta individuata una domanda inevasa è possibile costruire una proposta pertinente. Questa attività non può essere affidata alla iniziativa di singoli docenti, ma deve definire delle modalità di ideazione, gestione e organizzazione che siano in grado di porre sul “mercato della formazione continua e permanente” le proposte dell’Alma Mater. Penso che si debba partire dalle due situazioni oggi più strutturate. La prima fa riferimento alla attività di Alta Formazione e Post Laurea della Fam (Fondazione Alma Mater) che, a questo proposito, ha il compito di “valorizzare le eccellenze presenti nelle diverse sedi dell’Ateneo, potenziare i programmi di supporto a fruitori ed erogatori dei Master, monitorare e valutare costantemente la qualità dell’offerta formativa”. La seconda si riferisce ad Alma Graduate School che in quanto consorzio a guida universitaria ha una offerta di master universitari e a mercato che copre un’area vasta e che comprende il business, la comunicazione, il management, le nuove tecnologie con innesti di varie discipline e con la collaborazione di colleghi che appartengono a una pluralità di facoltà. Questa struttura si pone sul mercato nazionale e internazionale delle Business School per posizionarsi almeno tra le prime tre italiane.
20 Dopo questi primi anni di sperimentazione delle modalità di gestione, promozione, valutazione e organizzazione dell’offerta di master e alta formazione dell’Alma Mater - in cui non sono mancati rilievi alle relazioni tra singoli Master e Fam - si farà il punto dello stato di sviluppo per analizzare gli aspetti positivi, quelli problematici e le necessità di cambiamento con l’obiettivo di rilanciare in maniera più strutturata e completa il Progetto Apprendimento Permanente e Continuo dell’Alma Mater.
21 Il programma e-learning del nostro Ateneo è stato affidato al CELAB (Centro E-learning d'Ateneo) che ha promosso e coordinato le attività di e-learning fino ad oggi attivate all’Alma Mater. Recentemente è stato pubblicato il documento “Linee guida tecniche e metodologiche per l'e-learning” in cui si associano “agli obiettivi di qualità previsti (‘requisiti/indicatori’) i servizi già disponibili o comunque preventivati nel breve periodo a supporto della loro realizzazione (‘funzioni/strumenti gratuiti e a pagamento’), allo scopo di far percepire in modo specifico con quali modalità il Centro intende sostenere la realizzazione di corsi in modalità e-learning”. Nelle linee guida sono presenti anche utili suggerimenti in riferimento alla accessibilità sia dei contenuti, sia delle piattaforme utilizzate e indicazioni di carattere metodologico sulla progettazione dei percorsi formativi.
22 Nel prossimo quadriennio il programma e-learning d’Ateneo farà un salto qualitativo organizzando prodotti formativi che si inseriscono nella didattica curriculare e, soprattutto, nell’apprendimento permanente e continuo che, quando si rivolge a persone che già lavorano, non può non svilupparsi in modalità e-learning, più o meno spinte. Questa attività se adotterà modelli di gestione e organizzativi innovativi, peraltro già ampiamente sperimentati da diversi Atenei europei, sarà in grado non solo di offrire al mercato della formazione permanente prodotti formativi di qualità, ma anche di costituire una importante fonte di finanziamento del nostro Ateneo.
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demonizzazioni, conosce ed ha a cuore la missione dell’Università.
Sull’Università, simbolo per eccellenza di innovazione e futuro, oggi incombe una grave responsabilità: dimostrare che capacità e merito possono ancora essere valori trainanti per l’intero Paese. Una scommessa che si può vincere modificando il punto più debole e più visibile dell’intero sistema universitario, quello che funge da interfaccia tra società e corporazione accademica vale a dire il reclutamento dei ricercatori. Non è solo una questione etica; il problema è anzitutto “antropologico”. La maggior parte dei professori, vivendo “qui ed ora”, fa spallucce di fronte ai reiterati inviti a guardare verso Harvard ed Oxford e si consola, con Keynes, pensando che tanto “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Allora forse la soluzione è quella di prospettare, nel breve periodo, almeno qualche contusione. Solo così, senza proclami palingenetici, opereremo nel ventre molle del sistema, vale a dire la fase della cooptazione/assunzione. Non serve architettare i funambolismi (elezioni, suppletive, sorteggi) con cui si spera di disorientare i baroni: questi conoscono “territorio” e colleghi meglio di tanti aspiranti Rousseau ministeriali e, da che mondo è mondo, sono sempre riusciti ad aggirare gli ingenui tentativi degli improvvisati riformatori di imporre la virtù per decreto. Molto meglio, se davvero vogliamo che il gatto acchiappi il topo, trasformare quelli che sino ad oggi sono stati, all’apparenza, semplici commissari di concorso in cooptatori responsabili, cioè costretti a rispondere, in solido, delle loro scelte. Non è difficile, basta metter fine al criterio vigente dell’irresponsabilità di chi seleziona. Qualunque esercente privato che assume, se sbaglia scelta, paga l’errore con minore efficienza della propria azienda, vale a dire subisce una perdita in termini economici. Perché lo stesso criterio non deve valere anche per l’Università? In che modo? Mettendo a confronto titoli e progetti di ricerca e affidando la valutazione al responsabile della disciplina che bandisce, ad un collega di altra sede universitaria scelto casualmente dal Ministero e ad un certo numero di rappresentanti del dipartimento che propone la cooptazione scientifica. Perché, ci si può chiedere, costoro dovrebbero agire virtuosamente? E’ qui la vera novità da introdurre: i reclutatori dovranno non solo rispondere della loro scelta alla comunità scientifica, ma soprattutto farsi garanti, anche dopo il concorso, dei neo-reclutati i quali saranno monitorati (attraverso sistemi di valutazione nazionale ancora da istituire che potrebbero far tesoro dell’esperienza dell’ Osservatorio della ricerca di Bologna) per un congruo periodo di tempo (5-7 anni). Tali verifiche, basate sulla qualità della ricerca e su altri aspetti che la comunità scientifica dovrà stabilire, incideranno sensibilmente, in positivo o in negativo, sulle risorse da attribuire al dipartimento e ai singoli docenti che hanno valutato/investito sul ricercatore. Se qualcuno potrà mostrarsi disinteressato ai propri fondi di ricerca, non altrettanto lo saranno i colleghi che vedranno ridotto il finanziamento della struttura e danneggiata l’immagine del dipartimento. Ricadute solo sulle strutture però non bastano, perché molti cattedratici risultano indifferenti al danno che procurano alle istituzioni. L’“assunzione” di un ricercatore a spese dell’erario, deve trasformarsi in “assunzione” di responsabilità di chi sceglie e dunque disponibilità a pagare in proprio eventuali errori di valutazione. In fondo il “neo-cooptato” è anch’esso un prodotto dell’intuizione e della capacità scientifica del professore e come tale avrà degli effetti sul curriculum del cooptatore. E’ inoltre opportuno prevedere, per evitare l’agnosticismo degli accademici disinteressati al ricambio generazionale, che tutti gli ordinari debbano, se non vogliono essere penalizzati, impegnarsi nel promuovere un numero minimo di selezioni durante la loro carriera. Senza bisogno di intervenire sul valore legale del titolo di studio sarà forse possibile immaginare anche l’avvio di una gara tra professori dei diversi Atenei per accaparrarsi gli eccellenti sul “mercato” da cui attendersi incrementi dei fondi per sé e per le strutture. Trasformare i propri interessi di bottega in vantaggi collettivi: ecco la scommessa per ricomporre il volto del Giano universitario.
Articolo apparso su "Il Corriere Bologna" il 14/11/'08 e pubblicato con il permesso dell'autore